Il mio sorriso è bello come prima?

Si vede tanto che ho pianto? 
Si vede che ho sbagliato così tante volte strada, da perdermi alla fine e buttarmi per terra? 
Il mio sorriso è bello come prima?
Qualcuno l’ha visto?
Si vede che ti ho nascosto la verità?

Si vede che sono diventata un’altra, ma vorrei tanto essere quella di prima? Perché quella non sapeva davvero niente, ma andava e correva nel mondo come se tutto fosse una certezza e tutti le dovessero qualcosa.

Si vede che ho il passo più incerto, anche se studio ogni giorno? Di tutto, davvero di tutto. 

Si sente il tuo profumo nei miei capelli? Io lo sento e non li laverei più, ma ora devo farlo perché devo uscire. Me lo ricorderò come ho sempre fatto. In fondo, è una cosa solo nostra.

Il mio sorriso è bello come prima? Tu lo vedi come prima? E il resto? Cioè, il viso? Dal viso si legge la vita delle persone? Tu ci leggi la mia, la nostra? Oppure ci vedi solo il sorriso e pensi sia bello come prima? 

Che il mio sorriso è bello me l’hanno detto in tanti, tanto che ci ho sempre creduto e un pò mi ci hanno fatto diventare gelosa a furia di guardarlo. So che a te piace, però mi piace anche sentirmelo dire. 

Ma dimmi una cosa. Gli occhi gonfi si vedono, anche?
Penso di sì, perché non mi sono nemmeno truccata. Tutto quel nero non mi piace più tanto e mi sento più giovane senza.

Temo si veda che sono passati degli anni e che tante cose le abbiamo fatte da soli. Da soli, cioè tu senza di me e io senza di te. Il tuo profumo nei miei capelli però è rimasto uguale. Cioè mi manda sempre fuori di testa. Come a te il mio sorriso.

Vorrei chiederlo alle mie belle foto se si vede che sono diversa perché si cambia negli anni e questo è certo, ma io non voglio cambiare, almeno non in tutto.

Le donne belle sono quelle felici. Non c’è niente di più vero.

“Per caso mi stai sfidando?”
E allora vorrei avere un sonaglio, non so, un fischietto, qualsiasi cosa e richiamarmi. Prendermi per i capelli e portarmi qui. Così per ricordarmi che la magia esiste. Esiste sempre. Se per caso non l’hai vista e sei stata triste, è solo perché sei stata distratta, confusa, assonnata, forse abbagliata. 

Ma è ora di svegliarsi e vedere che la magia è davvero dietro l’angolo. 
Se non la vedi, basta spostarsi un pò. 

Eat the frog.

Eat the frog. Così mi hai insegnato. È un metodo fantastico perché ti rende super produttivo: devi iniziare una cosa e portarla a termine, senza distrazioni, senza permettere che nessuno ti interrompa e senza iniziarne altre mentre sei su quella “frog”.

Lo faccio eh. O almeno voglio. La me che voglio essere lo fa più che altro, perché in realtà io sono un pò vaga. Tante cose le penso, le inizio tante volte, le faccio più volte e poi le riprendo e le rifaccio.

Eat the frog è più un punto d’arrivo.
Apri e chiudi.

Aprire e chiudere non è facile. Apri il barattolo della marmellata e poi mica lo chiudi una volta. Io lo riapro almeno tre volte, perché l’ultima cucchiaiata ha sempre un sapore migliore delle altre.

Fare le cose un’ultima volta non è mai facile e quando ti capita per forza, allora ci pensi e ripensi perché non sono mai state perfette come le avresti volute, oppure lo sono state proprio perché di perfezione ne avevano zero. Momenti strappati, foto sbiadite…così ti rimangono nella mente.

Ma se sei fortunato accadono di nuovo. Uguali o simili. E lì ti sembra una magia, una seconda possibilità, un secondo passaggio dal via regalato dall’intreccio della vita che in quel momento ti appare magica come in in un film – finalmente – anche per te. 

La vita è strana perché comunque sei tu che decidi, ma è anche lei che decide per te e quel barattolo lo apri quanto vuoi, ma è anche lui che si fa aprire fino a un certo punto. È un bel gioco forza perché c’è un pò da capire alla fine chi ce la mette davvero la forza quando il barattolo scatta e si apre. Sei tu che lo apri o lui che ha voglia di aprirsi per te?

Il barattolo sono tante cose: tutte quelle cose che ti fanno venire voglia di tornare indietro, perché tornare indietro è un rifugio che ti ricorda chi sei, dove vuoi andare, cosa vuoi pensare e trattenere nelle pupille – per sempre o per qualche giorno. Anche a giorni alterni, come una medicina. Sì perché solo noi sappiamo cosa ci cura e ci serve e ci guarisce dal respiro che manca. Cosa ci ricorda chi siamo come uno specchio e quello che vogliamo così che nel mondo possiamo trovare dei sassi che ci piacciano davvero e non raccogliere proprio tutto.

Il barattolo sono sassi che mi fanno voltare, che mi fanno chinare e mi fanno sedere a terra. Per ammirare la loro bellezza e pensare a tempi lontani. Pensare a me, pensare a te e pensare a come sarò. 

La bambina che salvava le lumache.

Per salvare le lumache servono poche cose. Innanzitutto un bastoncino: è importante che sia piccolo piccolo. Piccolo proprio come sono le lumachine.

Poi serve una buona vista perché le lumachine sono sì lente quando attraversano strade e sentieri di montagna, ma possiedono anche un grande talento: quello di mimetizzarsi. 

Ecco che prima si nascondono sotto una foglia e poco dopo, passando sul prato, fatichi a ritrovarle. Perché le lumache sono davvero brave anche a passare sotto e sopra qualsiasi cosa trovino sul proprio cammino.

Serve anche un pò di pazienza per salvare le lumache, perché non sempre le trovi subito, ma quando le vedi e le salvi, con il tuo legnetto, è sempre una grande soddisfazione.

O almeno Lulù così ha sempre pensato. Perché Lulù ha sempre amato salvare lumache e tutti i giorni d’estate, quando andava in montagna con mamma e papà, cercava con attenzione il bastoncino perfetto così da aiutare le lumachine ad attraversare la strada senza far loro male al pancino. Perché il loro pancino è molto molto delicato.

Lulù detestava le bici perché facevano esattamente il suo lavoro opposto. Con le loro grandi ruote distratte e veloci, le bici non avevano il tempo di prestare attenzione al passo lento e spesso sbadato delle lumachine.

Lulù non ha mai sopportato che le lumachine si facessero male. Perché sono tanto indifese e sono anche simpatiche. Molto simpatiche.

Non è mai capitato a Lulù che una lumachina le dicesse grazie e lei lo avrebbe sempre voluto. Non tanto per sentirsi dire grazie, perché un aiuto va dato a prescindere e non perché ci si aspetta qualcosa, ma perché con le lumachine avrebbe voluto parlare. Chiedere loro tante cose. 

Per esempio: “Dov’è la vostra casetta? Ci posso venire? Prendiamo un tè assieme?” (ammesso che le lumachine possano bere il tè e che a loro piaccia tanto quando a Lulù).

Lulù adora il tè, ma nessun tè è mai stato pari a quello della nonna. Non tanto perché sia davvero buono, ma perché lo fa la nonna. Lo fa la nonna e ci mette dentro tanto limone (e a Lulù glielo dice sempre: “Ci metto tanto limone come piace a te”) e tantissimo zucchero. Lulù finché è stata bambina non ha mai dato tanta importanza allo zucchero e anzi ha sempre pensato che se lo usa la nonna deve essere per forza qualcosa di buono e che di male non ne deve fare in alcun modo.

Lulù le lumache adesso non le salva più. Non tanto perché non lo voglia, perché di occhiali da sole, pantaloncini corti, sandaletti e soprattutto bastoncino si armerebbe immediatamente – anche adesso mentre scrivo – ma Lulù non è più una bambina e quando capita di andare in montagna, le lumachine – per una ragione o per l’altra – non le cerca più. 

Ci si perde a cercare tante cose che mi chiedo: com’è possibile non cercare più le lumachine da salvare? Se ci penso adesso, non mi viene in mente nulla di più bello, eppure sono anni che non succede. 

Lulù, mi manchi tanto. Tantissimo. 
Devo proprio mettermi a cercare un legnetto.

Se sapessi disegnare.

Se sapessi disegnare ti farei più sorridente, più rassicurante, con qualche no in meno nella bocca e qualche pensiero in meno nella testa.

Se sapessi disegnare mi farei ancor più schietta, tagliente ed esattamente come dovrei essere per schivarli tutti quei no. 

Farei braccia nuove per te che dell’abbracciare hai perso il talento e un cuore nuovo per me così che fosse di nuovo giovane, giovane davvero. Giovane come i bambini che non sanno niente degli altri e devono ancora imparare tutto e allo stesso modo tu potresti imparare di nuovo ad abbracciare con le braccia, con le mani e con i tuoi bellissimi occhi. Anche tu senza preconcetti e senza sapere più niente di quello che sai.

Ti disegnerei diverso, ma sempre lo stesso perché tu sei tu. Come cambiarti?

Il problema è che io non so davvero disegnare, però so colorare molto bene. Ti darei senz’altro un colore molto acceso e pieno di vita: sceglierei un bel giallo perché insieme al rosa è il mio colore preferito e chiama energia, proprio come me e come vorrei facessi in questa vita anche tu. Proprio come tutto quello che voglio mi circondi, perfino quando dormo che la luce non la voglio mai spegnere.

Se sapessi disegnare proverei a rifarmi questo stesso viso perché a volte me lo fisso e mi chiedo come tu possa guardarlo in negativo. Proverei sempre con queste scelte, ma anche con altre perché ho sempre desiderato vivere tante vite e penso che una sia davvero troppo poca. Davvero pochissima.

Vorrei disegnare una casa piena di nulla che mi manca, di qualcosa che nemmeno immagino perché sto andando in confusione. Ci metterei te, tutte le mie cose, tanti viaggi, probabilmente il cane che ho sempre voluto o forse un gatto…non lo so. 

Vorrei forse che la casa non ci fosse ma che tu ci fossi sempre. Anche le mie cose potrebbero sparire, davvero non importa. La casa potrei essere io, potremmo essere noi, potrei essere io che faccio quello che voglio, io che sono una bella calamita, un polo attorno a cui graviti e tutti gravitano senza mai più dirmi no con la testa, con il viso e con i loro bei sorrisi, ma in ogni caso imperterriti, indifferenti e pur sempre convinti.

I no non mi piacciono, anche se dirli agli altri mi fa stare bene perché sarà mio diritto no dire quello che penso? Anche le lettere del no sono brutte perché sono chiuse mentre quelle del sì ricordano una strada piena di curve, la strada di un viaggio, una strada piena di sole, di caldo e di magia. Una strada di possibilità.

I disegni qualche volta li ho fatti, ma non sono mai stati un granché. Il colore invece non era niente male. Ai miei – di disegni – preferisco quelli degli altri, quelli stampati. Perché sono perfetti e a te tocca solo colorare.

Ma se ci provassi a disegnare? Magari non ti piacerebbe il risultato, ma sarebbe un disegno mio e potrei farlo astratto, così sarebbe sottratto al giudizio e poi potrei riempirlo con tutti i colori del mondo e con tanti sì, con tutti quelli che voglio e che ti giuro mi metto a rincorrere fino alla fine della terra, che aspetto e che aspettavo ma che ora non voglio aspettare più.

Se sapessi disegnare, non dovrei saper disegnare. 

Ma non lo so fare, così prendo la penna, così, come viene e ci provo.

Un lavandino da rompere.

Vorremmo tutti un lavandino da rompere. Sì come quello di Sandro de “La Dea Fortuna” che al cinema mi ha fatto piangere. In silenzio, ma mi ha fatto piangere.

Mi ha fatto pensare che lo vorrei qui subito anch’io un bel lavandino da spaccare per richiamarti, per farti tornare senza usare le parole perché le parole non sono servite e non serviranno.

Il lavandino è un sonaglio magico. È un richiamo antico, è quello che ti fa ricordare che io sono io e tu sei tu e che il nostro amore è imperfetto ma è nostro e non è ripetibile. Non si compra, non si duplica e non ha un valore esprimibile a parole o tantomeno in denaro. Non ha nemmeno una consistenza: non è un pupazzo, non è grande come una macchina e nemmeno come un palazzo alto e imponente. Poverino, lui è talmente grande da essere invisibile e intangibile. Ma proprio per questo è così grande.

Così grande che serve un lavandino da spaccare e da cui far uscire tantissima acqua per farti almeno girare la testa. Ogni tanto a dire il vero la giri, ma non sono certa tu mi veda davvero. 

In quel film c’è davvero magia perché di amori imperfetti ne mostra tantissimi e mi piacciono tutti: mi leggono dentro. Ma chi lo vuole un amore perfetto. La perfezione non la vuole nessuno. Ti fa solo sentire a disagio perché come diamine faccio io a essere perfetta?

Non facciamo prima se mi sorridi e mi prendi la mano e sai già che non lo sono e ti va bene così?

Quanta bellezza in quel bambino che non sa dire ad un uomo “Ti prego rimani con me”, ma sta invece in silenzio e s’inventa un modo furbissimo per farlo restare, un modo che sa che li unisce, che gli riporta alla mente un momento felice passato insieme, un sorriso, un momento che l’ha fatto sentire a casa, protetto e davvero bambino, lui che è tanto intelligente.

Sì perché la casa sono le persone. Mai quattro mura. Chi ha detto che la casa sono quattro mura è pazzo. La casa sono i tuoi occhi che mi sorridono e le tue mani che mi dicono che va tutto bene, così, senza lavandini da dover rompere. 

Specchio.

Basta chiedere. A volte è vero, a volte no. 

Tu lo chiedi cosa vuoi? Io sì, sempre. Bella fregatura quella del pensare che chi ti ama debba per forza avere una formula magica per capirti, per sapere cosa vuoi, cosa ti passa per la testa. È una cosa che ci hanno inculcato così forte nel cervello e nell’anima che ormai ce l’aspettiamo: “se mi vuole bene, lo sa cosa voglio”. 

Invece no, non è sempre così. Serve una sorta di educazione sentimentale, un’educazione che funziona per prove ed errori a quello che vogliamo, ai nostri desideri nascosti. Sia per noi che per gli altri.

Cosa vuoi davvero? Anche la cosa più banale e scontata può essere difficile.

Quanto è odioso star lì a metà tra stupide decisioni – così per essere educati – a dire “per me è uguale”. Non è vero che eguale come non è vero che hai un nome diverso dal tuo. Non è vero mai. Non c’è mai niente di uguale.

A volte ci sta bene tutto perché vogliamo stare con una persona e con lei staremmo anche in un igloo, però c’è sempre qualcosa che preferiamo. Dirlo ci salverebbe, salverebbe tante situazioni e salverebbe il nostro tentativo di dire quello che non vogliamo e fingere cose che non possiamo.

Ho imparato a chiedere da quando ho imparato che fa più male aspettare.

Non mi piace fare la fila e non mi piace aspettare quindi chiedo, chiedo con cortesia quando posso e chiedo con forza quando so che piace, quando so che il mio sorriso smorza la mia energia che non a tutti piace, che alcuni fraintendono e possono prendere per la maleducazione che non è.

Chiedo perché mi diverte vedere come gli altri reagiscono e poi faccio un catalogo delle persone in base a come mi guardano dopo la richiesta. Non voglio per forza un sì: quel che voglio è uno sguardo che sostenga la mia schiettezza, che sia altrettanto spiritoso e che mai si offenda. Sì perché quanto è bello il senso dell’umorismo al punto giusto?

Ho imparato che chiedere non è per forza sottomettersi, perché scoprire cose nuove è parte di ogni giornata ed è parte di noi, è parte dell’essere delle persone imperfette. Ho scoperto che chiedere fa parte della curiosità che è così tanto mia, perché dopo che hai chiesto tante cose, sei anche una persona nuova, più bella e che sa più cose, che poi ne può raccontare di più e che avrà anche più e più cose da chiedere…perché questo è il cerchio infinito delle parole, dell’andare in giro per musei, del comprare biglietti aerei e dell’avere amici tanto diversi.

Adoro i miei amici perché mi comprendono e a loro i miei difetti piacciono: dicono che vorrebbero una mia miniatura schietta e chiassosa sul comodino perché la mia sincerità li diverte e io questa cosa vorrei sentirmela dire sempre perché io mi adoro e mi odio allo stesso tempo e quindi quando un altro mi viene a dire che mi vorrebbe sempre dietro mi dico: “caspita, allora se chiedo sempre qualcosa non do poi così tanto fastidio”.

Chissà se questo chiedere piace. 

Quel che chiedo è di avere sempre qualcosa da chiedere e che qualche domanda torni presto indietro, come davanti a uno specchio, perché non esiste un gioco più bello: vedersi a uno specchio negli occhi di un altro. 

Punto zero.

Siamo fatti per cambiare, vogliamo cambiare, dannatamente cambiare. 

Non so se è più questione che vogliamo staccarci dalla nostra ultima versione di noi stessi o se effettivamente siamo fatti per questo. 

Siamo fatti per cambiare è lo spot Ikea: tutti lo conosciamo ed è molto vero, emozionante, ti dici “questo sì che è storytelling” perché parla di te, di noi, di tutti, di fasi della vita e di te che sei sempre diverso ma sempre lo stesso, perché anche se hai sempre una sola faccia alla fine sei e vuoi essere tante cose diverse.

Siamo fatti per cambiare te lo ricorda anche la natura perché sopravvivi solo se ti adatti. Se ti adatti all’ambiente e quindi a chi ti circonda, alle circostanze e pure a te stesso. Sì perché stare con se stessi è una brutta bestia. 

Sopravvivi se ti adatti alle domande della gente e ho imparato a rispondere con parsimonia, perché non è vero che devi sempre dire la verità e le tue cose non sono davvero per tutti.

Sopravvivi se fai quello che ti spaventa, perché quella storia che devi fare una cosa che ti spaventa ogni giorno è vera: ti fa crescere un sacco e ti fa sentire migliore, affidabile, credibile. Credibile allo specchio.

Una piccola modifica ce l’abbiamo lì sempre pronta perché tu sei sempre tu, ma sei sempre anche un desiderio di te stesso in una differente versione, in un posto diverso, con un ruolo diverso. I tuoi desideri non sono sempre lì a spingere sulle pareti della tua mente? Sono una bella fetta della tua identità. Vorresti essere più coraggioso, più schietto, magari più generoso, più presente…

Magari non sei cambiato oggi e quindi ti prometti un punto zero che segni un nuovo inizio, come si faceva da bambini quando si diceva “questo lo mangi, questo non lo mangi”. 

Puerta del Sol, Madrid

Vuoi un nuovo taglio di capelli, ma dopo un paio di settimane già non ti piace più. E allora pensi che invece che tagliarli avresti potuto tingerli i capelli. Oppure fare un tatuaggio così da segnarti sulla pelle quanto sei unico, quello che hai passato e quello che tutti dovrebbero sapere con un solo sguardo, senza parole, perché diamine sei tu, di cos’altro hanno bisogno per capirlo? In passato gli altri ci hanno messo tempo zero per capirlo e adesso servono tante parole…

Quanto ci piace cambiare? Mi sono sempre chiesta perché non riusciamo ad affezionarci a noi stessi: cambiamo pelle, cambiamo casa, cambiamo modo di essere. Perché anche quello si può cambiare. Cambiamo mobili, ma non cambiamo la casa. Cambiamo paese, ma tanto noi rimaniamo sempre gli stessi, anche se da fuori sembra che siamo diversi perché parliamo una nuova lingua e siamo un sacco più cool, internazionali, abbiamo nuovi amici e un nuovo lavoro.

Si cambia davvero? I desideri e le paure cambiano?

Io credo si possa cambiare, ma che una piccola parte di noi – sola e spaventata – sia sempre lì sola e nascosta. Magari più felice, internazionale e cool, ma sempre sola e nascosta – sotto sotto.

A volte cambio nome quando mi va: mi piace il nome Vanessa e mi presento così perché non mi va di dire la verità. Non ho voglia di presentarmi e dire a tutti chi sono, per cui mi cambio direttamente nome.

A volte, quando non c’è nessuno con me, cambio così tanto che fingo di non aver paura dell’aereo. Scarico un sacco di puntate di serie TV e me le guardo tutte. 

A volte cambio anche outfit perché non ne ho uno fisso come tanti: non ho uno stile predefinito. Mi vesto in base all’umore: un giorno sono elegantissima, quello dopo sembro una diciassettenne con cappellino in testa tutto il giorno e magari le treccine perché i capelli ondulati poi mi piacciono un sacco.

A volte cambio così tanto, che vorrei essere altrove senza quella canzone con cui mi sveglio ogni mattina – dritta dritta nelle orecchie, come se qualcuno ci stesse davvero gridando dentro. È sempre una canzone malinconica che mi ricorda un’occasione persa e mi fa svegliare con l’affanno, col pensiero di essermi persa qualcosa – proprio io che sono sveglia e sto attenta a non perdere niente. 

Ecco io credo davvero si possa cambiare e che si possa cambiare davvero – perché sì siamo fatti e siamo nati per cambiare – e quindi spero di sentirla sempre quella canzone perché mi piace e la sento mia, ma spero possa imparare a ricordarmi cose diverse e che allo stesso modo io possa cambiare con lei e svegliarmi sempre col sorriso.

Luce.

Eri come il sole quando arrivavi da quel corridoio, sempre sorridente e sempre carico di progetti ed idee strampalate, ma alla fine sempre vincenti, nuove, diverse rispetto a quelle degli altri. Eri anche carico di borse, oggetti del tuo lavoro e carico anche di vestiti perché le tue felpe erano sempre grandi e pesanti – eppure eri sempre leggero proprio perché portatore di luce.

La luce – da lì ho pensato – è davvero un qualcosa di unico, che va preservato e protetto, perché come tutte le cose preziose è rara, delicata, tante cose la minacciano e fa molto presto ad andarsene via.

Luce è un bellissimo nome: chiamare una bambina luce è uno straordinario dono da fare a un essere umano. Le auguri di essere portatrice di gioia e speranza, di essere superiore alla negatività che la circonderà per forza di cose, di essere un qualcosa di più della mediocrità che tenteranno di imporle e con cui tenteranno di incatenarla a tante cose: una scrivania, un ruolo che sarà quello di mamma, forse moglie, chissà, ma in ogni caso sarà qualcosa che non vorrà, ma sarà di importanza zero perché lei si chiamerà Luce.

La luce è quello che tutti cerchiamo forse dagli altri. Voi no? Chi è saggio la trova in se stesso perché è capace di meditare e sa bene che la pace se non anche la felicità arrivano da dentro. Però quando ti svegli cosa fai? Per cercare la luce vaghi a tentoni verso la sua fonte conosciuta no? Il telefono che hai sempre con te oppure l’interruttore o per i più romantici e fortunati la luce naturale che li chiama pian piano dal sonno senza usare la sveglia.

La luce vera però è quello che amiamo quindi forse chi ci dorme vicino, o chi vorremmo ci dormisse vicino.

La luce è quello che cerchiamo tutta la vita. Ma tu lo sai cosa cerchi? Io penso di sì, ma ogni giorno scopro cose diverse e ho una paura del diavolo che vorrei poterlo dire a qualcuno senza timore di sembrare una sciocca. Vorrei poter tornare bambina e che qualcuno mi dicesse che di paura non ne devo avere.

La luce è anche qualcosa di artificiale, ma quanto è bella quella naturale. Quella che mi sembra di aspettare da una vita e che continuo a promettermi che andrò a guardare la mattina presto con qualcuno di speciale. Ma al diavolo. Ci vado da sola e faccio prima.

La luce è questo attimo infinito, è questo regalo, la luce è la luce. 

La luce per me è chi sceglie di non lamentarsi anche quando potrebbe.

Per me la luce ancora sei tu in quel ricordo – quando entravi percorrendo quel corridoio – così ancora tanto imperfetto in quella tua ricerca infinita della perfezione e così affamato di sogni, ma sempre pieno di sole. Per me eri sole e luce e così ancora, nella mia testa, ancora lo sei.

Quando segui il flow.

Pensieri che ho raccolto e foto che ho scattato quando non ero troppo intenta a far programmi, ma mi sono fatta trasportare dal flow.

“Quando segui il flow” è il nome che ho dato alla mia nuova rubrica. Una rubrica a cui penso da un pò affinché possa riunire tutti i miei pensieri inaspettati, spettinati come me e che mi sorprendono insieme ai dettagli che acerbamente fotografo con il mio iPhone.

Sapete cos’è il flow? Comunemente è una teoria – elaborata e resa nota dallo psicologo comportamentista Csikszentmihalyi – intesa come stato emotivo positivo che ci fa sentire del tutto assorti in un’attività che amiamo – per cui tempo e pensieri che non c’entrano sembrano non esistere più – garantendo un assoluto livello di concentrazione. Ci fa sentire padroni delle nostre vite e del nostro destino, nonché efficaci nel nostro ambiente e quindi soddisfatti (oltre che divertiti visto che si tratta di qualcosa che ci piace moltissimo). Tutto il nostro io si trova concentrato su quel compito, utilizzando e portando le nostre destrezze e abilità fino al limite. Nello stato di flow ci si ritrova a fare quello che realmente si vuole, essendo un sentimento spontaneo che richiede poco sforzo.

La relazione tra le abilità soggettive e il carico di lavoro trova il suo perfetto bilancio ed è proprio questo a far scattare lo stato di flow! La positività che ne nasce dà il via a un flusso dinamico di energia mentale che attiva di conseguenza le nostre potenzialità, in un loop che porta alla miglior condizione per mantenere elevata la motivazione ad agire.

Csikszentmihalyi sostiene infatti che:

I momenti migliori della nostra vita non sono tempi passivi, ricettivi, rilassanti…
I momenti migliori di solito si verificano quando il corpo e la mente di una persona sono spinti ai loro limiti nello sforzo volontario di realizzare qualcosa di difficile e per cui ne valga la pena.

Vi è mai capitato di essere così immersi in una attività da perdere la cognizione del tempo oppure di essere così presi “dal momento” e da nient’altro facendo passare tutto il resto in secondo piano? Scommetto di sì e allora – a quanto dice la teoria – avete provato anche voi, almeno una volta, lo stato di flow.

Questo abbiamo detto, è il senso comune, cioè la definizione tecnica mutuata dalla psicologia, ma la mia riflessione che ne deriva è molto personale e non ha la vanità di essere per forza esatta: vuole solo collegare sensazioni che secondo me non sono la sola a provare.

Per esempio, oltre a questa totale immersione in un’attività, siete mai rimasti delusi dalla fine di qualcosa, provando la classica sensazione della “fine della festa”? Quella che vi fa pensare “io a casa non ci voglio proprio andare”.

Io tantissime volte. In una marea di situazioni avrei voluto fermare il tempo, come si fa con le foto. E quando succede, succede anche che ci siano immagini che colgono la mia attenzione e mi fanno cambiare strada. Scatto una foto e poi un’altra così che sia perfetta (per me) e poi inizia a rimbombarmi nella testa una canzone: questa volta avevo in testa “San Giovanni” di Fulminacci, perché con quella carica che mi mette mi fa pensare che il momento se lo voglia davvero tenere con le unghie. “Dove te ne vai? La stanza ha già cambiato colore (ora che sei qui), perché dovremmo andarcene?”


Tornando al nome della rubrica, l’ho voluta chiamare “Quando segui il flow” e non quando sei nel flow o simili proprio perché il significato che voglio darle non è tanto quello dell’essere immersa in qualcosa, ma dell’essere sia intenta in quel che faccio sia un pochino persa.
Intenta nel fare finalmente quello che amo, cioè scrivere.
Un pochino persa – finalmente anche qui – perché mi sono liberata dalla voglia di perfezionismo e ho deciso di seguire le occasioni della vita, i “chi l’avrebbe mai detto”, la bellezza dell’inaspettato e, ogni tanto, di fare anche un pò quel che mi va perché programmare tutto in fondo è una gran noia. Quindi ogni tanto sbaglierò strada – come ho fatto la volta che ho scattato la foto che vedete sopra – e magari troverò un murales, un dettaglio che mi piace e non potrò fare a meno di fotografare oppure ancora un bel bar dove entrare e chiacchierare con qualcuno che altrimenti non avrei conosciuto e grazie a quella foto mi verrà in mente un’altra bella canzone.