Cosa vuoi fare da grande?

“Cosa vuoi fare da grande?”
“L’archeologa! Perché ho visto La Mummia e voglio essere come Evelyn.”
Intanto vado a prendere l’enigmistica e cerco tutte le pagine con il gioco dei puntini. Quello che mi piace di più.

Easy.

Ma i puntini esistono anche fuori dalla carta?
Certo, se lo vuoi. E se li sai vedere.
Io pensavo di averli persi.
“Sono troppo distanti tra loro. Così tanto che non li trovo. Oppure ne manca qualcuno!”

“Sono colorati? Sono in bianco e nero?”
“Sono come li vuoi tu. Ci pensiamo dopo.”

“Cosa vuoi fare da grande?”
“Non so, ma intanto voglio studiare lingue, perché so solo che voglio essere libera e voglio viaggiare e voglio poterlo fare da sola.”

Mi hanno detto – l’ho scoperto per caso – che iniziare è veloce, soprattutto per chi questo gioco dei puntini lo ama davvero.
Iniziare come sinonimo di efficienza.
Terminare un pò meno.
Ma c’è una buona notizia: procrastinare non è un difetto. 
Procrastinare è la salvezza.
Procrastinare è l’ancora che stavi cercando disperatamente, annaspando alla ricerca di una perfezione tanto inutile quanto inesistente.

Menomale.

“Cosa vuoi fare da grande?”
“Non lo so. Mi prendo una pausa. Tanto ho tipo 2 lavori.”

Non penso di averlo mai fatto consciamente, ma l’effetto è stato buono.
Procrastinare “tira fuori” le idee migliori. 
Dei veri lampi di creatività.
Quelli che i ranghi delle deadline e della pianificazione possono far soffocare.
E’ in quei momenti che esce fuori chi sei.

“Quando ti trovi davanti a due decisioni, lancia in aria una moneta. Non perché farà la scelta giusta al posto tuo, ma perché nell’esatto momento in cui la moneta è in aria, saprai improvvisamente in cosa stai sperando.”
Il principio è un pò questo. In fondo, perché dire qualcosa con parole più povere quando qualcuno l’ha già detto meglio di te?

“Cosa vuoi fare da grande?”
“Non lo so ancora! Sono sbagliata? Mi piace scrivere e la mia scrittura piace anche agli altri. Quindi, direi scrivere. Ma ho altre mille idee.”

Mi hanno detto un sacco di volte che forse in questo gioco dei puntini mi sono persa.
Ma eccomi qui!
Questo gioco non è infantile.

Tra le tante cose che mi hanno detto, si sono scordati che anche per se stessi serve un manuale di istruzioni.
E che non nasciamo con questo libro tra le mani.
Lo trovi tra un puntino e l’altro, come in un’avventura.
E’ eccitante, rischioso e divertente.
E’ la vita.

Mi hanno detto anche che chi ama questo gioco dei puntini prova spesso paura.
Paura che le sue idee possano non essere buone.
Paura verso se stessi.
Paura verso gli altri.
Paura un pò di tutto, per fare un riassunto.
Ma la paura peggiore è verso la NON azione.”

Meglio mille NO che cento rimpianti.
Ma sì, per tutta la vita!

Più provi, più puoi fallire.
Ma è anche vero che più provi, più hai chance di tirar fuori dal cilindro qualcosa di davvero figo.
E che figata provarci.

“Cosa vuoi fare da grande?”
Oggi lo so: unire i puntini.
Perché mica ho finito. Spero di non farlo mai, e soprattutto di godermi la strada.

Azzura, ovvero l’arte di portare luce.

“Ma lo sai che è per bambini?”
“Dovete fare un regalo?”
“No, è per me! Che ti importa se mi piacciono le cose da bambini?”

Non tutte, ma alcune le dovremmo avere sempre.
Azzurra, per esempio, l’ho trovata a Bologna.

Si chiama Azzurra perché viene da una città di luce, una città di colori e tanto sole. Quando ci sono stata io – almeno – mi ha inondato di sole.
Si chiama Azzurra perché sorride e porta luce anche da spenta, ma la cosa bella è che se l’accendi, la luce la regala anche ai ciechi. Cioè quelli che la luce la intendono solo come fenomeno fisico.

“Il tuo affetto per le cose inanimate mi spaventa”.
Non so se c’è da averne paura, ma io ad Azzurra voglio bene davvero.
Trovo sorrida, e non solo perché il sorriso gliel’hanno gentilmente disegnato.

Regalare luce non è da tutti.

A volte ti confondi e la luce sei tu a cercarla dagli altri.
Persone che abbagliano.
Persone che riflettono quella altrui.
Chi la ruba, chi te la assorbe, chi te la oscura.
E poi c’è chi ne ha così tanta, che la regala, così, spontaneo e generoso e bello come il sole.

“Non ti faccio o chiedo promesse perché non serve, però ci sono, e credo conti di più”. Quanta luce! Proprio come a Bologna. Proprio come Azzurra.

Anche i fiori vanno verso la luce.
Le orchidee per esempio non ti chiedono altro.
Mi sento un pò come loro.

“Sei mai stato ad Amsterdam?”
“Cos’hai fotografato?”
Perché sapere cosa fotografi la dice lunga su di te.
Io fotografo gli estranei mentre fanno cose buffe, cose belle, mentre fanno anche loro delle foto.
Fotografo dettagli che hanno sullo sfondo le cose importanti, protagoniste delle foto dei più.

“Sei già il protagonista di tutti gli altri, non ti serve anche la mia attenzione.”

Anche gli umani, tutti, vanno verso la luce.
Hai mai sentito qualcuno dire “vado a prendere l’ombra? Vado a prendere il buio?”
No.
Perché tutti dicono “Vado a prendere il sole”.

“Hai mai preso il sole per davvero?”
Non solo con la pelle, ma con tutto il tuo essere, con un’esperienza piena del sole e di tutto quello che significa.
Penso che per farlo, prima, devi aver preso tanto tanto buio.

Le orchidee sanno farlo.
Infatti per vivere vogliono solo il sole.
Mi sento un pò come loro.
Anche loro scriverebbero con questo divagare sconclusionato, senza curarsi di quel che sarà?
Forse sì, ma sempre cercando il sole.
Intanto lo cerco e sto qui con Azzurra.

A che ora andrai via?

Un’auto nera.
Un’auto rossa.

La rossa parcheggiata dalle 8.
La nera arrivata più tardi.

Ti sbircio solo un pò. Uso lo specchietto di destra, così non mi vedi.
Vorrei girare la testa e guardarti senza timore.
Come sei bella!
Non ho mai visto una perfezione così bella e sottile e inconsapevole e indifferente. Soprattutto indifferente alla propria perfezione.

Ti sbircio con lo specchietto retrovisore.
Dai posso usare anche quello.
Quello non ha niente da fare tutto il giorno, sta lì fermo in mezzo a far che?Girati un po verso destra e fammela vedere! Ma tu lo vedi che le mie ruote stanno tremando?

Forse non guardi le mie perché guardi le tue che sono brillanti.
Come fanno a brillare se le mie sono tanto sporche?

Anche il tuo colore è più bello, macchina rossa.
Sei audace.
Sei chiara.
Sei forte.
Sorridi, sembra.
Sei sicura di te.
Sei rossa caspita.
Mi dai un pò di quel rosso?
Quanto mi piace, mannaggia, io che sono solo nera.

Più ti guardo, più il timore mi assale.
A che ora andrai via?
E quando tornerai?
Ti parcheggeranno mai di nuovo vicino a me?
Lo vorrei tanto, così potrei provare a toccarti con lo specchietto. Sì, quello di destra. Perché come posso parlarti?
Non capiresti.

E se ti parcheggiassero lontano?
Ti guarderei da lontano.
Il tuo rosso ormai lo conosco.
Ovunque lo troverei.

Ma stai andando via?
Ti prego stai ancora un pochino.
Non mi hai proprio visto?
Eppure il mio nero è lucente.
Il mio nero è per te.
L’ho reso più bello perché ti girassi.

“Ma non dall’altra parte!”

“A domani”, ti ho sentito alla fine sussurrare.
Allora mi hai guardato.
Ma il mio nero l’hai visto o l’hai solo guardato?
Perché farebbe la differenza.

Ci credo e ti dico a domani.
Ma spero mi parcheggino lontano, così potrò pensare che mi stai cercando.

Mangiatore di bellezza.

Non tutto è commestibile.
Per lo meno non in modo così brutto, poco rispettoso.
Ma te lo devo dire io?
“Le cose belle non chiedono attenzione”.
Tu lo sai?
Ecco, appunto.
Non parlano, non chiedono, figurati quindi se puoi arrivare tu, ingombrante come sei, e mangiare quello che vuoi.
Tieni la bocca chiusa.

“Sai cosa pensavo
Che è tutto bello finché non ci conosciamo
Ci innamoriamo con due sguardi da lontano
A mano a mano che poi ci abituiamo non c’è più
Sai cosa pensavo
Che è tutto bello finché non ci conosciamo
Questa storia sembra bella da lontano
A mano a mano che poi ci avviciniamo non lo è più
Chi sei davvero quando nessuno ti vede?”

Vero cavolo, sei bello da lontano.
Lo pensi anche tu di me?
La tua bellezza però non era male nemmeno da vicino, non è che me la sono mangiata io.
Tu sai forse dov’è?
Non scompare così.
Io non l’avrei sfiorata con un dito.
Da lontano fantastica, da vicino l’ho un pò ricomposta.
Ma ricomporre non è ammirare e non è respirare e non è ridere insieme.
Un quadro che si sgretola e mi cade addosso e mi fa anche male.
Che ridere.
Meglio imparare a ridere dai.
Di tutto, di me e di te che sei bello da lontano.

Sai cosa pensavo?
Che la tua bellezza sa di mille briciole già viste.
Non ho mai sopportato le briciole.
Che ridere!
Che ridere, dai.
Che ridere perché al mondo ci devi sapere stare.
E io l’ho imparato con schiaffi e taglietti bastardi, quelli che al sale non li devi lasciare. Maestri nel riaccendere la memoria meglio delle foto.
Perché le foto non sono il passato.
Le foto sono il presente e il futuro.
Io ci vedo dentro solo futuro.

Sai cosa pensavo?
Che la mia bellezza pure hai provato a mangiare, ma dai.
Va via!
Perché al mondo ci devi sapere stare.
E perché chiedere è lecito, rispondere è cortesia. Si dice così.
E la risposta è NO.

Su una panchina un giorno mi hai chiesto: “dove lo vedi tu il meglio? Passato, presente o futuro?”
Futuro ti ho detto.
Presente direi ora, non perché non veda altro, ma perché è solo nel presente che si ride e credo sia il mio miglior talento.

Ti rido in faccia mentre te ne vai.
Buffone, bello da lontano.
Ti rido in faccia perché sei un mangiatore di bellezza, ma non sai che con la bellezza si può fare tutto tranne che mangiarci e quindi va via.
Le briciole non sono nemmeno più pane e a me è solo il pane che piace.

Che ridere, povero bambino.
Spero non ti venga il mal di pancia, perché i bambini col mal di pancia li si coccola.
Ma io a te voglio solo ridere in faccia.

Tre topolini di campagna.

Che brutta cosa perdere una storia, tanto più che l’avevi appena ritrovata.
Era lì, ancora intatta, su quel foglio A4 davvero tanto semplice.
Semplice come la storia.
Semplice come la vita.
In fondo avevo solo 7 anni. Più semplice di così.

Una storia fatta di verità, delle cose che si hanno attorno, proprio come adesso.
Ma ora sono 27.
27 che non amo, che non sto amando.
Ma li amerò quando mi volterò, perché al sole ci credo. Ci credo sempre.

Che brutta cosa perdere una storia quando vuoi fare ordine.
Ma in fondo lo sappiamo tutti.
Più vuoi una cosa, più quella si allontana. E dal mio ordine ho perso una bellissima storia. Non solo.
Ho perso forse un pò me?
No, sono qui.

Che brutta cosa ricordare, ma non vedere.
Faceva tipo così: “una fatina trainata da 3 topolini di campagna”.
Che bella bambina, dio mio!
Che bella famiglia.
Che bella innocenza e che bello non sapere tante cose.

Che bello stare su Word in una ditta dove gli altri lavorano, ma tu scrivi di 3 topolini di campagna.
Perché tu hai 7 anni.
Tu porti un vestito azzurro.
Tu sei lì con papà e c’è anche la zia.
Mi manchi.
Mi manchi ma non lo sai.
Un pò come adesso mi manca quel foglio che volevo ricopiare per farlo leggere a tutti – non che importi molto – ma a me sarebbe importato.
Un pò come mi manca abbinare rosa e azzurro, così senza pensarci tanto.
Perché la spensieratezza ti fa bella e i colori lo sono sempre.

Paradosso!

Ordinata e col foglio perso.
Disordinata e col foglio che lì se ne stava, sempre al suo posto, nascosto.
“Sì, ma io non lo sapevo. Era come non ci fosse.”

E adesso che so che ci sei, ma non più per me, io come faccio?
Mi manchi e scrivo.
Mi manchi e più che altro mi manco.
Non so più dove sono, come quel foglio.

Matilde, ovvero l’arte di saper aspettare.

“Che noia le code. Quando vedo più di quattro persone davanti a me, prendo e me ne vado.”
“Ma sei sicura? Cioè, se te ne vai ogni volta, quell’occasione, quel momento preciso potrebbe anche non tornare mai più.
Anzi, non c’è alcun dubbio.
Così preciso, identico e con gli stessi colori e profumi ed estranei che ti circondano – pronti a non esserlo più, almeno per te – non torna più.
Te ne vuoi davvero andare?”
“Sì, son sicura, non mi piace aspettare. Poi mica mi chiamo Matilde”.

A Matilde aspettare non spiace per niente.
Non è che non abbia da fare, pensieri da intrecciare o canzoncine da canticchiare.
Chi non ride non è una persona seria. Infatti.
Lo sai, tu che Matilde non ti chiami?

A Matilde è ben chiaro che fare. Quando aspetta migliora.
Lo fa in quel che può.
Quando aspetta non aspetta come tutti, come tanti.
Mica sbuffa. Mica incrocia le gambe. Prima la destra e poi la sinistra e poi di nuovo la destra perché mamma che formicolio. Fino ai piedi, tutti e due.
Mica pensa alla noia. Mica pensa alla gente davanti.

A Matilde è ben chiaro chi è. Sa bene chi è stata, dove va e cosa fare.
Tanto che anche quando aspetta ha qualcosa da fare e gli altri non glielo chiedono direttamente, ma pensano “chissà cosa fa. Noi sbuffiamo e lei ride.”.

Ma tu lo sai che lei si chiama Matilde?

Che antico segreto.
Che antico mistero.

A Matilde piace il suo nome, tanto che non lo cambierebbe con altri.
E tu?
Sei riccio e vuoi il liscio.
Sei biondo e vuoi il moro.
Vai dritto e sogni le curve.

A Matilde non manca mai niente, perché lo sa che non si può sapere tutto.
Non c’è domanda che la imbarazzi, perché sa che pian piano imparerà quel che ama. E sarà anche la migliore.

A Matilde non mancano nemmeno i difetti, sia chiaro.
Ma Matilde li accarezza e li spolvera e li guarda e li scusa e li accarezza di nuovo perché sa che sono il pezzetto finale del puzzle e senza quel tassello ci sarebbe un buco nero. Piccolino ma fastidioso e lei non sarebbe più Matilde.

A Matilde piacerebbe essere di carne e di sangue e di respiri e di emozioni e di battiti di cuore. Di quelli che ti fanno sobbalzare e pensare “che magia, ma esiste davvero?”.

Matilde è un’idea, il mio pupazzo preferito.
Matilde sono io che dico “forse ce l’ho fatta”.
Matilde sono io che ti dico “dai non importa della coda. Se stai con me possiamo aspettare”.

Muss es sein?

Sei tu, eri tu, sei stato tu.
Perché tu sei tu e la bellezza è parte della nostra vita. Anche grazie a te, questo per sempre, senza cambiamento anche quando tutto cambia.
Siete voi, perché avete la mia pazzia e quel che non avete l’amate, tantochè mi fate sentire speciale e brillante anche quando non brillo. Brillo meno, ma voi mi ricordate che brillare lo so fare bene.
“Dovevi fare la comica”. Lo so dalle medie.
Sei tu, lavoro mio bellissimo che non riesco a fare altro. Sì, ma quale? Me ne piacciono tanti.

Tu sei tu, ma non per me, perché mi fai paura.
Come Tereza è arrivata a Tomas, tu sei arrivato per via di coincidenze.
E le amo, davvero. Le penso come tante perché non c’è regista in grado di architettarle alla pari, ma:
“Muss es sein? Es könnte auch anders sein”.

E voi anche. Il caso sì, ma anche la passione. Perché noi amiamo troppe cose tutte insieme e tutte uguali, così tanto che alla fine anche le cose diverse si specchiano e dicono: “dai sì, sono loro! Sei a casa”.

E tu, lavoro mio bellissimo che per me sei identità?
Sei identità così tanto che ho dovuto perdermi per capirlo.
Identità profonda legata alla storia, alla gioia e alla testardaggine di tutto quello che sono.
Voglio creare e pensare e immaginare.
Mi ricorda una felicità che sta dietro la porta ma oggi sembra di altri.
Gli altri sono solo i miei anni che non sono tantissimi, ma vedo pieni e ne sono felice.
Ma poi?
Poi voglio anche viaggiare ed essere diversa e rifare quello che facevo prima.
Scordare il pc e parlare, parlare e sorridere a tutti.
E il caso?
Dove sei finito?
Qui non c’è proprio perché questa sono io: io che vorrei più di una vita, come tanti, come ieri e come oggi. Come quando ero bambina.

“Ma tu, piccolo pesce di un piccolo acquario, dove vuoi andare? O meglio, cosa vuoi fare?”.
“Ti posso dire che non lo so e vorrei solo un acquario più grande in cui essere sempre giovane?”.

L’hanno detto così tanti che non si contano più.
Non è un pensiero articolato, sembra da bambini.
E proprio per questo forse invece lo è. Perché i bambini non dicono mai cose stupide, gli adulti spesso sì.
Ma una bambina vorrei esserla davvero, adesso, adesso e per sempre, a richiesta. Perché non avrei mai sbagliato e vorrei l’alternativa migliore di sempre.
Però potrei anche prendermela adesso.

“Muss es sein?”
Eh no, proprio no.
E ancora prima di saperlo la risposta la sapevo già.
“Es könnte auch anders sein”.
Tutto, ma proprio tutto.
Tranne una cosa, che sento, non inquadro e non ha nome, non ha consistenza, ma la sento – la sento dentro perché sono io e quindi è tante tante cose – e questo basta.

“Vaffanculo”.

Quanto costa la sincerità?
Costa tanto quanto degli stupidi whatsapp.
Tanto quanto una maschera da sostenuta. Io sostenuta e tu quello che non sei. Forse sì oppure non lo so, perché in fondo, chi ti conosce?
Così tanto che non te lo posso dire, ma te lo vorrei urlare.
Mi fa malissimo dentro, mi servirebbe urlartelo.
Mi guardi, ma non capisci.
Mi ascolti, ma non capisci.
Ti bevi le mie chiacchiere – che ridere, come tutti – e diventi un estraneo. Proprio come quelli che una volta prendevamo in giro, ora lo sei anche tu.

Porti una targa?
Sì, al collo. O dove ti sta meglio.
Sì perché ora la porti anche tu, tu che eri limpido come il sole e capivi tutto ancor prima che i pensieri venissero a galla perché per noi erano immagini piene di colori e immagini da catturare.

Quando costa la verità? 
Talmente tanto che mica posso venire lì a dirtela.
Ma a nessuno, davvero a nessuno.
Perché in fondo pesa e i pesi non piacciono a nessuno.
A te che sei nuovo e cerchi di ridere e a te che sei vecchio e dei pesi dei stanco.

Molla quel telefono e vienimi a prendere, perché se mi vedi mica ti distrai.
Lo penso, ma ce la faremo? E’ una strada lunghissima sembra.
Che battito, che noia, che ansia, che insonnia.
Tanto da lasciare la luce accesa di giorno e di notte, perché quelle cose le penso, ma non le saprai mai. Un pò perché non ascolti e un pò perché chissà dove hai la testa.

Non è nemmeno tristezza, perché io della tristezza non so che farmene.
Però brucia. Mamma se brucia.
E il tuo sorriso mi dà fastidio.
“Quel che posso io lo puoi anche tu. E forse anche di più.
Quindi fallo per una volta, io sto qui e mangio pop corn. Se non ti sta bene la porta è quella.”

Però mi brucia così tanto che darei tanti di quei pugni al tavolo da fartela sì girare la testa. Da farla girare a tutti voi, indifferenti del nulla e ubriachi del nulla.
Cullatevi nel vostro nulla, tanto a me non piace e io sono di materia diversa.
Infatti sono diversa.
Tanto diversa che mi tengo l’insonnia e la mia verità.
E i pop corn stanno lì.

Ma quanto è dolce il riposo dopo tanta fatica?
Se solo lo sapessi. 
Però posso immaginarlo. Ho una buona capacità di immaginazione, sogno più ad occhi aperti che chiusi e quando scrivo è come sognare perché mi sembra di dipingere e tutto va come voglio io.
Ma poi mi giro e brucia tutto di nuovo.
Ho voglia di gridare “vaffanculo”, un pò come la canzone.
VAFFANCULO davvero.

Appena possibile lo farò e così forte ti giuro che sentirai anche tu e ti scuoterai da quel torpore normale, accettato, annegato e in cui si annega mille e mille volte tanto da non crederci più, che in fondo è la vita di tutti.

Fanculo il telefono, fanculo i sorrisi falsi.
Fanculo dire che va bene lo stesso.
Non va bene per niente.

“Sono queste avventure?”

“Come lo sai che la magia ha in sé qualcosa di unico?”

“Lo so e basta. No, anzi. Lo so con certezza perché tutti gli istanti magici non li ho mai saputi replicare. Ma non per colpa mia: è che sta in questo la loro magia. Tutto ciò che c’è di più magico, incantevole e straordinario, puoi impegnarti quanto vuoi, ma non lo puoi replicare.”

Credo stia in questo il fascino della vita. La sua magia e a volte la sua goffaggine.

Goffaggine non tanto sua, ma mia, quando mi impegno per duplicare quella magia vissuta che tanto impegna i miei pensieri.

Ci penso e ripenso e mi dico: quel momento nemmeno ad orchestrarlo con i registi migliori, nemmeno i miei preferiti o quelli che ancora non conosco, sarebbe stato così perfetto. Un’opera prodigiosa, da guardare con un secchio di pop corn. Così tanto bella che è stata la mia vita. E me ne sento quasi onorata e vorrei tanto tornare indietro per dire a me stessa, cavolo goditela, perché è solo ora e poi non torna più. È un istante magico, un insieme di istanti magici. Che prodigio, che coreografia di persone e pensieri e parole e momenti.

Quando mi metto in questi pensieri mi sento un pò Sartre e mi dico: “Sono queste avventure?”. Non so se lo sono, probabilmente come dice lui, non lo sono davvero. Sono semplicemente fatti, ma fatti perfetti e tanto perfetti che mi paiono adesso quasi brillare e staccarsi dal resto.

Quella magia che vorrei spiegare a un bambino così che mi ascoltasse senza prendermi per matta. Mi ci vedo a dire a una bella faccina innocente: “La magia, la vita non si replica! Ed è per questo che è tanto incantevole.”

Non vedo l’ora di vedere come sarà la tua di vita per ripensare alla mia e, chissà, magari anche la mia non ha finito di sorprendermi.

Probabilmente, il segreto per replicarla davvero quella magia sta proprio nel gettare via con forza la fotocopiatrice che ci fa tanto comodo, cioè quella dei pensieri. Perché se la magia non si ripete è inutile tentare di fare stupide fotocopie. Gettala via e la magia tornerà nuova.
Nuova, come deve essere.

Italians do it better. (o il motivo numero uno per organizzare la tua vacanza in Italia)

Dall’antico Foro Romano al fascino dei canali di Venezia.
Dai panorami mozzafiato delle Dolomiti alla pittoresca Genova. Dalla romantica Capri alla paradisiaca Sardegna.

Tutto in Italia ha un che di iconico per i turisti, che ne amano da sempre la storia e l’arte, nonché le specialità culinarie – diverse da regione a regione con una poliedricità inimitabile – e l’unicità della sua gente (cosa che dovrebbe andare al primo posto, e vi spiego perché).

Gli Italiani sono molto più di Casanova, della pizza e del bel cantare (e su quest’ultimo punto sono più che sicura, perché io non canto nemmeno sotto la doccia!). Gli Italiani amano le persone e l’ospitalità. Quello che rende unica l’Italia come destinazione per le vacanze e gli Italiani come ospiti è la loro “cultura della casa”, che le persone le fa sentire davvero a casa.

Si chiama così perché è la cultura del salutare con un sorriso, dell’essere sempre pronti e felici di accogliere qualcuno che non si conosce (un turista in questo caso), e dell’avere voglia di chiacchierare e ascoltare storie nuove. È questo il vero significato di “Italians do it better”: “è sempre una buona idea andare in Italia” perché ti sentirai sempre a casa tua.

E non è un caso che i turisti di tutto il mondo non abbiano mai smesso di lanciare monetine nella nostra Fontana di Trevi, con gli occhi chiusi per trattenere i sogni.

Inoltre, in Italia, trovi sempre quel che cerchi. E lo sai.
Vuoi fare una full-immersion di arte? Allora vai a Roma o a Firenze.
Sei alla ricerca di una food experience che ti faccia assaporare tutta l’Italia? Parti da Parma e arriva in Sicilia.
E cosa ne dici di un weekend modaiolo all’insegna dello shopping a Milano?

Fai le valigie: casa ti aspetta.